In un’epoca di stravolgimenti climatici e fragilità infrastrutturali, la radiofonia italiana sembra vivere una pericolosa dissociazione cognitiva. Da un lato si celebrano i fasti dell’ascolto locale; dall’altro, ai tavoli tecnici di Agcom, si cerca di staccare la spina all’unico presidio di sicurezza che la fisica delle telecomunicazioni ci abbia mai regalato: le Onde Medie (AM).
Le recenti esternazioni dell’Avvocato Marco Rossignoli, coordinatore di Aeranti-Corallo, sulla necessità di blindare FM e DAB+ nei ricevitori auto ma ancora non ha capito o non vuole capire che ignorare deliberatamente l’unico vettore capace di superare i limiti orografici della nostra Penisola e di resistere laddove il digitale alza bandiera bianca: l’AM
McLuhan, i Consorzi e l’Illusione Digitale: La Radio Tradita

Forse l’Avvocato Rossignoli, non ha mai davvero ascoltato la radio, o forse ha dimenticato la lezione di Marshall McLuhan. Il sociologo canadese ci ha insegnato che il medium è il messaggio: la radio non è solo un contenuto, è una presenza fisica, un’estensione del sistema nervoso umano capace di arrivare ovunque. Eppure, ascoltando le recenti esternazioni di Aeranti-Corallo, a nostro avviso sembra che la radio sia stata ridotta a un mero esercizio di domionio tecnologico e non di espressione massima del pluralismo.
In tutto questo c’è un un errore fatale: distinguere e gerarchizzare la radio in base alla tecnologia trasmissiva, ignorando che l’unica vera distinzione dovrebbe riguardare la capacità di servire il pubblico. Se proprio vogliamo parlare di tecnologia, però, facciamolo seriamente. Ignorare la gamma AM significa non conoscere i principi elementari della tecnica AM (Onde Mdeia) l’unica a garantire la continuità d’ascolto quando le fragili reti FM ammutoliscono e, peggio ancora, quando il DAB+ mostra la sua totale assenza di resilienza.
Il DAB+, tanto caro ai consorzi, non è la panacea: è una tecnologia che non ha neanche l’ombra della resistenza necessaria a un Paese orograficamente complesso come l’Italia. Ma forse il punto è proprio questo: si punta sulla copertura reale o sull’arricchimento dei consorzi. Si vende l’illusione di una radio ubiqua, mentre si costruisce un sistema fragile che, alla prima emergenza o al primo blackout, lascerà i cittadini nel silenzio più totale.
Mentre il settore dovrebbe compattarsi per rispondere all’attacco delle piattaforme digitali, dei podcast e delle playlist di Spotify — dove algoritmi asettici decidono cosa dobbiamo ascoltare — i vertici dell’emittenza locale preferiscono farsi la guerra in casa. Invece di difendere l’Onda Media e la sua espressione digitale che varca i confini (DRM30), come baluardi di sovranità e sicurezza, si preferisce consegnare il futuro della radio a infrastrutture digitali dipendenti da terzi.
Egregio Avv. Rossignoli, difendere il pluralismo non significa recintare il mercato per pochi eletti dei Mux digitali. Significa garantire che la radio resti accesa. Se la vostra strategia è trasformare la radio in un podcast “di serie B” dipendente da reti vulnerabili, allora non state difendendo la radiofonia: ne state firmando la resa incondizionata agli algoritmi.
Blackout e Resilienza: L’Onda Media non è un Ghetto
Mentre l’Italia affronta emergenze climatiche sempre più violente, ignorare che le Onde Medie sono l’unica tecnologia “Last Resort” in caso di blackout elettrico o cyber-attacco è una responsabilità grave. In un’Italia fatta di valli, montagne e coste difficili, il DAB+ è un castello di carte che richiede migliaia di ripetitori alimentati. L’AM, invece, con un solo impianto può coprire intere regioni.
Oggi in Italia operano oltre 30 emittenti private in Onde Medie. Non sono “pirati”, né nostalgici del valvolare: sono editori territoriali che presidiano frequenze legali, pagano canoni e offrono un servizio che la narrazione di Aeranti-Corallo tenta di soffocare, definendolo implicitamente irrilevante.
La Sfida del DRM30
Sostenere l’obbligo del DAB+ nelle auto e tacere sul DRM30 (Digital Radio Mondiale) è un’omissione strategica che puzza di conservatorismo industriale. Il DRM30 è la naturale evoluzione dell’AM: audio cristallino, dati multimediali e costi di gestione che permetterebbero a quelle “radio locali” tanto care ai discorsi dell’Avvocato di restare indipendenti, senza dover affittare a peso d’oro lo spazio sui Mux dei grandi consorzi.
ILpluralismo non si difende chiudendo le porte alle tecnologie scomode. Si difende garantendo che la radio rimanga accesa quando tutto il resto si spegne. Negare la dignità delle Onde Medie nella Delibera AGCOM 110/25/CONS non è modernizzare il Paese: è creare un monopolio del silenzio in nome di una digitalizzazione che, alla prima vera emergenza, rischia di lasciarci al buio.
La radio di servizio è un dovere verso i cittadini, non un privilegio da spartire tra i soci di un club. È tempo che chi rappresenta il settore torni a studiare la fisica delle onde prima della politica dei Mux.

















































